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Alle origini della figurazione di Marco Nones
di Orietta Berlanda

Nell’opera di Marco Nones, artista nato in Svizzera e oggi residente in Val di Fiemme in Trentino, emergono due aspetti, che convivono complementarmente.
Innanzitutto la scelta della materia prima, costituita da radici di pino cimbro, pianta montana d’alta quota, raccolte nel bosco dall’artista stesso. La struttura di queste parti d’albero è singolare, caratterizzata da linee contorte e spesso nodose, fatto che, se da una parte influisce sulla scelta del soggetto da affrontare, dall’altro “costringe” le immagini nel loro prodursi, contenendo e forzando le posture delle figure. Questo incide a livello figurativo sulla resa dello sfarfallio delle ali di un angelo, sull’aprirsi di braccia divaricate o sul loro contrarsi in abbracci avvolgenti, sul fluttuare dei panneggi o delle capigliature.
In secondo luogo la predilezione per la figurazione sacra, il ripetersi di temi declinati in numerose varianti: Madonna col Bambino, figure angeliche o di Santi. Più rari infatti in Marco Nones sono i soggetti profani. Per quanto riguarda l’ambito religioso il richiamo all’antico mostra riferimenti al passato di diversa matrice. La compostezza delle figure ricorda per molti aspetti le sculture lignee Tardo medievali, tuttavia la tenerezza nello scambio di sguardi e nei gesti che caratterizzano il rapporto tra madre e bambino o ancora la scioltezza delle movenze di personaggi, richiamano forme rappresentative più umanizzate riconducibili all’arte rinascimentale, se non addirittura la libertà formale espressa dalla scultura ellenistica.
L’operare di Marco Nones, una volta accolto il suggerimento fornito dalla conformazione stessa del supporto ligneo, procede rievocando il passato nelle linee stilizzate delle arcate sopraccigliari o degli ovali dei volti, senza rinunciare ad una resa contemporanea in molti tratti dei soggetti prescelti, quali i sorrisi appena accennati, la carnosità delle labbra, o la sinuosità dei corpi femminili, mostrando una forte aderenza alla sensibilità e all’immaginario figurativo del tempo presente.

La montagna e le radici di Marco Nones
di Luigi Casanova*

Un artista nel terzo millennio ritrova passione ed ispirazione nel riproporre l’arte sacra. Dalla Val di Fiemme ci viene questa attenzione, un artista che ci invita a riflessioni e proposte nuove grazie all’evidente riferimento ai maestri del passato, grazie all’uso di materiali poveri e specialmente consunti dal tempo, dall’età: le radici. Siamo in una valle del Trentino che vive cullata, protetta dai boschi, fra maestosi alberi che coprono ogni suo versante e che su questi ha costruito secolo su secolo fondamenta solide della sua storia, della sua identità. Dalla storia delle foreste di Fiemme nasce l’arte di Marco Nones, una scelta espressiva che privilegia l’utilizzo del legno e che sviluppa in modo originale, unico, le linee, la tradizione, la semplicità dell’arte sacra del XII e XIII secolo.
Sono scelte che ben definiscono la sua personalità.

Il legno secolare, eroso dall’aria, levigato dalle intemperie, legno scavato fin nelle intimità dagli insetti, dipinto da colori impossibili, vibrazioni rosate che invitano al giallo, dal viola intenso fino al rosso scarlatto, venature vermiglio, colori impressi dal sole. È questa la materia utilizzata dall’artista. È legno di pino cimbro, una conifera che sceglie come ambiente di vita l’alta quota, segna il limite del bosco con le praterie alpine. Una pianta con fronde forti, ben vestita, che accetta l’inclemenza e la violenza delle bufere, che subisce i periodi siccitosi, che si adatta a terreni aridi e che resiste. Il pino cimbro, proprio perché abituato a soffrire, è forte, indistruttibile e riconosce l’importanza dell’affetto, della protezione, della tenerezza. Con le sue radici avvolge massi, si insinua nelle pareti verticali, in ogni spazio fertile, raccoglie ogni goccia d’acqua e la trasforma in vita, offre vita e riparo alla fauna selvatica, o alle stanchezze, all’abbandono dell’uomo.
È questa la straordinaria pianta che offre agli artisti di Fiemme un legno dolce, privo di schegge, che si lascia addomesticare dall’incisore senza opporre resistenza.
È il legno che emana un profumo intenso e persistente. È legno che nel laboratorio mentre lo lavori, ti riporta lassù, accanto alle vette, ti permette di riascoltare il fischio della marmotta. È il legno dell’artista.
È il legno che si è adattato alla severità della montagna, tenace e malleabile, un legno che non teme la consunzione, sa resistere alla dirompente forza delle mode, o alla banalizzazione di certi modelli di vita che questa società con insistenza ci propone.
È il legno carico di personalità e passionalità.
È il legno che detta il percorso: tocca all’artista comprenderlo, interpretarlo e fornire all’opera un’anima, un sospiro.

La scelta della raffigurazione dell’arte sacra del primo medioevo è una coerenza dell’artista. Linee semplici, figure ben determinate, espressioni lievi, il volere sobrietà, permettono alla nostra sensibilità di vagare, andare oltre questo tempo, immergersi nel passato per raccogliere quanto i ritmi della vita oggi ci nascondono. Sono le radici le vere protagoniste dell’opera. A volte le loro venature ci permettono di rendere reali i sogni di voli, le nostre fantasie si liberano leggere, in altre situazioni la corrosione delle acque o del gelo delinea anche con asprezza un’immagine, in altre ancora un nodo, o una contorsione costruiscono il cuore del messaggio e la parte scolpita rimane, pur nella sua forza, cornice dell’opera.
Le radici trasmettono alla pianta le sostanze vitali. Anche nell’arte di Nones sono le radici che indicano all’artista la scelta del soggetto, atteggiamento, espressione, carattere, quindi la vita. La radice ripropone vita e riporta alla nostra attenzione emozioni trascurate. Eccola spiccare il volo nella raffigurazione di un Angelo, eccola contemplativa nella figura di San Francesco, o ancora rendersi protettiva nella raffigurazione di una Sacra Famiglia, o sofferente, umiliata, nel volto di un Cristo crocifisso. È la radice riportata alla luce, tolta all’inclemenza del gelo o dalle scottature del sole che riprende libertà, che ci dona fantasia e che ci permette di riflettere sui tanti aspetti della nostra vita.
È questa componente dell’albero, così povera, sempre dimenticata, abbandonata anche dai boscaioli che viene a trovare sintonia con l’esempio e le scelte di vita di San Francesco, i valori dell’umiltà, della condivisione, della solidarietà. Ma le avete viste in quota queste radici? Veri e propri quartieri di vita, un brulichio di formicai, oppure luogo di ricovero di volpi o martore, nicchie microclimatiche dove con sorpresa trovano vita rododendri, ginepri, coraggiosi abeti o altri pini cimbri. Queste radici abbandonate, seccate, monumenti spezzati, ci lasciano una cornice di semplicità, ci lasciano aperte le porte della vita e da loro, grazie alle abili mani dell’artista, ritroviamo una straordinaria varietà di forme espressive.

La catena del Lagorai

Nel Trentino Orientale la catena del Lagorai divide la Val di Fiemme dalla Valsugana. Divide due culture, due diversità, due identità nel comprendere e leggere la montagna. Nella prima hanno attecchito gli ideali delle vicine città venete, la presenza della media industria, un’agricoltura con carattere quasi intensivo. Nella seconda prevale ormai l’economia turistica, ma i valori della montagna, dei grandi pascoli, delle secolari foreste rimangono presenze e affetti indistruttibili nella vita dei valligiani.
La catena del Lagorai unisce anche. Nella storia attraverso i tanti valichi sono transitati i popoli delle Alpi del nord richiamati dalla fama delle grandi città italiane: Venezia, Firenze, Roma. Verso il Nord invece, in modo mesto, ma forti di speranza, i poveri contadini delle vallate prealpine si recavano nelle miniere dell’Austria o sui ricchi alpeggi della Baviera, o nelle aree industriali che si andavano affermando lungo il Reno. Intrecci di persone, di culture, nel paradiso del silenzio.
La catena del Lagorai unisce la piattaforma porfirica altotesina e la invita all’incontro con il fascino delle ardite creste e torri dolomitiche, verso le Pale di san Martino, proiettata verso gli ultimi ghiacciai che portano le acque a scendere vorticose fino al mare. È una catena che accoglie laghi che sembrano gemme cadute casualmente dal cielo per interrompere la monotonia di un pascolo. Sono gemme di zaffiro, intense e determinate.
Accoglie fauna selvatica, offre vita a delle foreste fra le più rigogliose e rinomate dell’intero arco alpino.
Il Lagorai ha anche accolto momenti alti della cultura dell’arco alpino offrendo ospitalità e riflessioni a personalità di alta valenza scientifica, Ludovico Muratori, Giuseppe Facchini e alla presenza dell’unica scuola pittorica del sud delle Alpi, la scuola pittorica di Fiemme. È la culla del pino cirmolo.

Sono questi i capisaldi, a volte contraddittori fra loro, ad essere fondamenta dell’espressione artistica di Marco Nones. È nel cuore di questa silenziosa e armonica catena che l’artista si reca alla ricerca delle sue radici, dei tronchi piccoli e grandi che forniscono la materia prima dei suoi lavori.
Parte al mattino presto, quasi sempre accompagnato dal padre e da stretti amici, attraversa le fitte abetaie del Lagorai per salire fino al limite dei boschi, fin nel cuore degli alpeggi d’alta quota. Sono spazi di silenzi, diversi fra loro, sono spazi che offrono sensazioni di immobilità, del tempo fermo, sono spazi che a volte ti fanno sentire protetto, in altre occasioni ti espongono a venti secchi, freddi, che incutono timore. In questi spazi si trovano le piante secolari che spossate si sono stancate di resistere ai venti, e si sono lasciate schiantare. O si trovano i tronchi abbandonati dai boscaioli in quanto li ritenevano ingombranti, o inutili perché contorti, o spaccati da una saetta, certamente non utilizzabili per farne tavolame nelle segherie di valle, che pretendevano, allora come oggi, tronchi perfetti, dritti nelle venature, privi di nodi, regolari nell’accrescimento. Caratteristiche quasi impossibili da rintracciare a 2000 metri di quota. È solo grazie grazie all’adattamento, al continuo piegarsi sotto il peso della neve, al passaggio delle valanghe, alla capacità di rigenerarsi dopo la cima spezzata o dal vento o da una saetta che queste piante hanno potuto crescere, irrobustirsi e diventare tanto maestose.
Ma è destino, dal sublime fascino è facile cadere nell’oblio. Da questi abbandoni, da questi scarti, quindi dalle imperfezioni, dai nodi, dal legno contorto e curvo, nasce l’idea dell’artista, nasce l’immagine, prende vita e forma un volto, un corpo, un atteggiamento.
Saliti cercano questi tronchi, queste schiene e vanno a staccarle. Non trovano mai nulla di inanimato, sempre una sorpresa, un mondo di vite, laboratori della natura che hanno dell’incredibile. Quartieri interi di formiche, o altri insetti, o muschi, licheni e funghi che si sono inseriti di prepotenza.
Ogni ceppaia affascina, ormai le conoscono fin nelle intimità. Sanno quali colori presentano le radici che sono state per decenni esposte al sole, al lavoro del vento. Conoscono le forme che hanno dovuto resistere alle valanghe. Conoscono quelle cresciute nei pendii freddi, esposti a Nord, lavorate con intensità dall’umidità, dal ghiaccio e quindi ricche di ampie fessure. Conoscono quelle nodose che hanno dovuto farsi strada nella roccia, o aprirsi un varco dentro un grande sasso, o addirittura arrivare ad abbracciarlo, a divenire tutt’uno con il masso. Conoscono le ceppaie che offrivano vita ai grandi pini cimbri, alberi che per secoli sono stati rifugio di animali grandi e piccoli durante le intemperie o nei rigidi inverni.
Questi sono gli ambienti che forniscono al nostro artista la materia prima delle sculture, che sollecitano idee, forme, angoli di poesia.

*Luigi Casanova, nato a Belluno e residente a Cavalese (TN), lavora come custode forestale a Moena. È vicepresidente di CIPRA Italia (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) e componente del Consiglio Direttivo di Italia Nostra del Trentino.

Marco Nones: fermenti lignei
di Simone Ferrari

Sub montis radicibus. Alle radici del monte. L’incipit latino come metafora della creazione artistica, di una scelta materica e linguistica. Un percorso che si dipana dall’interiorità spirituale alla profondità del legno. La radice come simbolo di un processo di scavo, alla ricerca del fondamento primario dell’ispirazione. La montagna come meta ultima ma lontana. Umilmente agognata ma irraggiungibile.
La maniera di Marco Nones propone uno dei temi più affascinanti e suggestivi dell’immaginario europeo: il ciclo della Marien-Leben. La Vita della Vergine, a partire dalle splendide xilografie rinascimentali di Albrecht Dürer, si imprime indelebile nella memoria collettiva. La forma impetuosa, il guizzare delle linee, la sottigliezza dei toni, generano infatti un nuovo paradigma di artisticità.
Ma il confronto con l’illustre modello iconografico viene declinato secondo modalità più arcaiche e primigenie. Da uno spettro di possibilità potenzialmente infinito, emerge una scelta coerente e direzionata: la scultura lignea policroma. Tale modello evoca alla mente le immagini religiose medievali, specchio di una devozione immediata, a forti tinte e di sicuro impatto emotivo. Ma non solo quelle. Il Rinascimento ancora luccica per le straordinarie invenzioni di Donatello (Madonne col Bambino, Crocifissi) condotte con tali materiali. Ma si tratta di scelte specifiche, che confermano la profonda vocazione formale del materiale: un realismo epidermico alternativo alla più rassicurante norma classica incarnata dal marmo e dal bronzo.

L’ispirazione di Marco Nones si estrinseca in una ricerca di purezza ed essenzialità, secondo quel filone “primitivo” riportato in auge nell’Ottocento e dalle Avanguardie Artistiche del Novecento. “Primitiva” è la passione per tematiche e tecniche medievali, ma anche per una spiritualità arcana e recondita. La scelta per un materiale povero riverbera con immediatezza un ideale cristiano e francescano. La materia, apparentemente dura e spigolosa, si presta invece a molteplici variazioni di stile. In alcuni casi, è vero, il legno conserva un carattere pungente, di esibita asperità. Ma in altri, invece, si presta a più fluide trasformazioni, che alludono ad una metamorfosi incessante delle forme e dei volumi.
In altre circostanze, come nel Riposo durante la fuga in Egitto, la materia viene persino spogliata del suo intrinseco carattere: la tensione lineare viene sublimata nell’ideale cristiano, nel sentimento di fiduciosa accoglienza prodotto dall’imprevista apertura della superficie. La natura, in questo caso, si armonizza con l’uomo e ripropone un antico ideale rinascimentale: l’umanesimo cristiano, la perfetta fusione fra cosmo, ambiente e divinità.
Il problematico percorso dell’esistenza -artistica ed umana- viene dialettizzato attraverso la compresenza di finito e non finito, secondo una modalità linguistica e spirituale già resa normativa dalla celebri sculture di Michelangelo.

La tensione fra due diversi stati, la difficile emersione della forma dal legno, ripropongono un motivo di perenne attualità: l’ispirazione creativa, il furor, sempre in bilico fra Bellezza sensibile e spiritualità trascendente, materia e Idea.

L’analisi delle diverse opere consente inoltre di apprezzare la molteplicità dei modelli stilistici adottati dall’artista. Alcune immagini presentano fermenti iconici di antica e gloriosa memoria; altre sono invece risolte con una più decisa e convinta pienezza tridimensionale, secondo quel paradigma già incarnato dai volti totemici ed assoluti di Piero della Francesca. Senza soluzione di continuità, si passa da schemi grandiosi e solenni degni di una potente pala d’altare nordica, tirolese o tedesca (Flügelaltar) a soluzioni più aspre e sintetiche. Plasticità, naturalismo, fluidità di linee, si alternano ad una ricerca espressiva più enfatica, che esalta il gesto emblematico. Ma il percorso, suggestivo e tortuoso, trova infine meritato riposo in forma rassicuranti, più classiche e levigate.

LETTERA DI

ARNOLDO MOSCA MONDADORI

per la mostra di land art NEL CERCHIO DI UN PENSIERO (23/12/2011) dedicata a ALDA MERINI

Credo che Alda si meriti questo altare, lassù, sui monti, nell’aria rarefatta che ormai invade il suo respiro, ora che ha oltrepassato il tempo e ci guarda, con un sorriso pieno, dalle Terre che prima poteva dire solo con la poesia.

E le parole erano fonde, tagliavano il mondo, come fa Marco Nones, tagliando questo ghiaccio che diventa opera d’arte.

Credo che Alda cammini, in queste ore, tra i sogni di Nones diventati realtà.

Quella di Nones non è una mostra, ma è proprio l’ambiente dilatato ed esteso della parola di Alda, quella parola che improvvisamente faceva respirare.

“L’arte è un mistero che ha ali di farfalla”. E’ uno degli aforismi della Merini su cui Nones ha lavorato.

Ricordo, proprio a proposito di questo aforisma, un episodio.

Alda era morta da più di un mese ed era pieno inverno, a Milano.

Ero in un bar e stavo disegnando su un foglio una caricatura di Alda (negli anni avevo imparato a disegnarla e a lei piaceva molto inventare con me delle vignette umoristiche).

 Disegnai Alda che liberava dalla sua mano una farfalla e regalai il disegno ad un amico. Faceva molto freddo e quando uscii dal bar vidi una farfalla che volava vorticosamente. Era rossa e nera e percorreva, nell’aria, Corso San Gottardo.

Non riuscivo a capire come mai in quel giorno d’inverno così freddo e umido potesse vivere una farfalla. Così,  istintivamente, mi diressi verso la casa di Alda, poco distante. Quando arrivai accanto a casa sua, nella vetrina di un negozio vidi un quadro con sei farfalle colorate.

Allora telefonai all’editore Alberto Casiraghy, grande amico di Alda, che con le sue edizioni  “Pulcinoelefante” aveva stampato negli anni centinaia di aforismi della Merini.

Gli raccontai del disegno della farfalla, della farfalla vista per strada e del quadro….e lui mi rispose “Pensa Arnoldo, sto stampando ora un aforisma di Alda che dice: l’arte è un mistero che ha ali di farfalla”.

Chissà se i segni che ci capitano sono solo dei casi oppure se la poesia della vita sia il vero filo conduttore degli avvenimenti.

Credo che in questi giorni, lassù sui monti della Val di Fiemme, chi starà attento potrà sentire la presenza della grande poetessa.

Alda passerà a guardare le opere, si soffermerà a sciogliere con un respiro un dettaglio o ad aggiungere una parola invisibile. Andrà accanto all’ artista, per ringraziarlo.

Poi le sculture verranno abbracciate dalla natura e scompariranno.

Lentamente scenderanno con i fiumi nei mari: le parole di Alda, il ghiaccio di Marco, insieme, in altri silenzi.

  1. pasquale

    che commenti posso inviarti ,ho visto le tue ultime opere belle non ci sono dubbi ,ma una cosa manca sempre … l’autore, a forza di far uova assime a l’altro gallinaccio non è che vi siete montati la testa e non vi fate più vbedere

  2. pasquale

    ma che ses na fora con en sacchetto de pomi e en brazo de bachetti dai fasoi e en bedol entorcolà? però bel veramente originale brao pagheras da bever ciaooooooo.

  3. Leggervi é stato bellissimo, ho conosciuto Arnoldo anni fa… C.so san Gottardo. Lo ricordo sempre con molto affetto, ci siamo persi di vista. Avrei il desiderio di poterlo sentire, puoi aiutarmi? Ti ringrazio in anticipo. Vicky

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