Philippe Daverio: “Vi è nel lavoro di Marco Nones un sottile senso di sfida…” (ITA – EN)

Vi è nel lavoro di Marco Nones un sottile senso di sfida alle leggi della futilità umana. Vi è la voglia, forse inconsapevole, di tornare nella dimensione sciamanica nella quale l’intervento umano non si sentiva ancora separato dalla dimensione infinita e totale del divino, che altro non era questa dimensione che quella misteriosa  e insondabile della natura. Vi è in quell’impegno la densità del rito che discende dal mito. Intrigante poi il rapporto d’avventura con Beatrice Calamari, musa dialettica in mezzo alle alture: gli sciamani non possono essere autistici, non si scala le vette da solitario se lo scopo ultimo è la testimonianza.

Perché nulla è più epico, per l’artista, che affrontare il massimo della creazione, la massa della creazione, l’ergersi della creazione, il contrasto degli elementi della creazione, cioè l’alta montagna. E questa sfida primigenia chiede il contrappunto coi ghiacci e con le rocce, coi venti e con la luce. L’antenato paleolitico forse già così agiva per ingraziarsi o per scongiurare le forze ignote del cosmo che lo circondava, per lasciare una impronta sua nella dimensione infinita del creato.

Die Natur versteht gar keinen Spaß, sie ist immer wahr, immer ernst, immer strenge; sie hat immer Recht und die Fehler und Irrtümer sind immer die des Menschen.

Così diceva Goethe: La natura non capisce alcun tipo di scherzo, è sempre vera, sempre seria, sempre severa; ha sempre ragione e gli errori e follie sono sempre quelli degli uomini.

Gli uomini antichi già lo sapevano ed elaboravano misteriosi dialoghi con il cosmo della creazione: ancora oggi lo testimoniano le formidabile pietre di Stonehenge. Poi l’uomo moderno finse di dimenticare la sua relazione fisica con la natura per sostituirla con l’artefatto, con la fuga nella dimensione della casa, del palazzo, del tempio. E’ così che nacque ciò che oggi chiamiamo arte, dalle statue cicladiche in poi. Ma la modernità ha rovesciato i rapporti con il tempo, con la coscienza e con il subconscio. La vera chiave della nostra modernità sta proprio qui: nel tentare di tornare all’indietro verso il profondo della sensibilità, quella che si accumula in fondo alle anime e riassume la storia sottile non solo dell’individuo ma di tutta la specie che lo precede. Lo sciamano, forza mediatrice fra natura e coscienza, torna così a giocare una partita necessaria. E proprio nell’entrare nel XX secolo questa mutazione delle ottiche s’è resa necessaria ed è avvenuta, quando ci si accorse che la ragione o la visione pragmatica assodata non erano sufficienti a penetrare il mistero dell’esistere e del fare. E’ allora che, oltre un secolo fa ormai, Saussure iniziò ad indagare il profondo della lingua, Freud gli abissi della coscienza e Aby Warburg il significato recondito dei segni dell’arte. E ora parte un secolo nuovo ancora, carico di incognite come ogni secolo che inizia, carico pure di avvertimenti e di paure che i secoli precedenti raramente hanno portato con loro se non nei mutamenti dei millenarismi. I valori hanno cessato di evolvere in una corsa una volta assodata e accertata verso il sogno del progresso inarrestabile. Tutto è rimesso in discussione: stiamo scivolando in un altro millenarismo, non più quello precedente che aspettava fiducioso l’approdo d’una Gerusalemme Celeste. Gli esseri umani d’oggi hanno cessato di credere d’essere eroi antichi e tornano a riflettere. Hanno scoperto forse la natura recondita del bosone misterioso che segnò l’inizio della materia, sanno probabilmente tutto sulla formazione delle sabbie che si sono fatte Dolomiti, stanno decifrando le micro catene della loro genetica. Stanno perdendo il mistero delle relazioni con il vento… L’arte li farà rimanere vigili per approdare al punto che Teilhard de Chardin chiamava Omega, quello della trascendenza, quello dell’approdo.

Philippe Daverio

There is, in the Marco Noneswork, a thiny sense of defiance to the laws of human futility. Maybe unconsciously, there is a desire to be back to the shamanic dimension where human actions did not feel separated from the total and infinite dimension of the divine. And this dimension was just the mysterious and unfathomable dimension of nature. In that commitment, there is the density of the ritual descending from the myth. Moreover, his relationship with Beatrice Calamari, a dialectic muse among the hills, is an intriguing adventure: shamans can not be autistic, you can not get a solo climb if your ultimate goal is the witness.

Because nothing is more epic, for the artist, than facing the ultimate creation, the mass of creation, the contrast of the elements of creation, that is the high mountains. And this primitive challenge asks counterpoint with ice or rocks, with winds and light. The Paleolithic ancestor maybe was already acting this way to ingratiate himself or to prevent the unknown forces of the universe that surrounded him, to leave a footprint in its infinite dimension of creation.

Die Natur versteht gar keinen Spaß, sie ist immer wahr, immer ernst, immer strenge; sie hat immer Recht und die Fehler und Irrtümer sind immer die des Menschen.

That’s what Goethe said: nature does not understand any kind of joke, is always true, always serious, always severe, always right, and mistakes and madness just come from men.

The ancient men have already known it and they elaborated mysterious dialogues with the creation’s cosmos: the formidable Stonehenge is still a witness. Then, the modern man pretended to forget his physical relationship with nature to replace it with the artifact, fleeing in the house, in the palace, in the temple. That’s the way art has been born, from the Cycladic statues onwards. The modernity however has brought down the relationship with time, with the consciousness and the subconscious. The real key of our modernity is right here: to go back to the depth of our feeling that’s been accumulated at the bottom of souls and that sums up the history not only of the individual but of all the previous species. The shaman, mediating force between nature and consciousness, thus has to return to play the game. As we went into the 20th century, that point of view changed of necessity, when we’ve realized that the reason or pragmatic view of life were not enough to penetrate the mystery of being and doing. That was the time, over a century ago, when Saussure started to investigate the depths of language, Freud studied the depths of consciousness and Aby Warburg devoted himself to the inner meaning of the signs of art.

And now a new century is still starting, full of unknowns as every century starts, as well load of warnings and fears that the previous centuries rarely brought with them except in changes of millenarianisms.

Values are not evolving in a race towards the dream of an unstoppable progress anymore, as they did in the past. Everything is called into question: we are slipping into another millenarianism but we are not waiting for heavenly Jerusalem with confidence. Humans today have ceased to believe to be ancient heroes and come to reflect. They discovered perhaps the hidden nature of the mysterious Higgs boson which marked the beginning of the matter. Probably they know everything about the formation of the sands that created ​​the Dolomites and they are deciphering the micro chains of their genetics. But they are losing the mystery of their relations with the wind … The art will make them careful to arrive to the point Teilhard de Chardin called Omega, the one of transcendence, the one of docking.

Philippe Daverio

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Marco Nones e Philippe Daverio a Milano c

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